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You are here Giustizia Il caso Genchi Gioacchino Genchi e le verità nascoste

Gioacchino Genchi e le verità nascoste

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Gioacchino Genchi

Sull’edizione di F.A.Q. “Numero Zero”, del 3 giugno 2009, avevamo approfondito la vicenda di Gioacchino Genchi, ex-consulente tecnico per l'Autorità Giudiziaria ed esperto di informatica e telefonia, che dal gennaio scorso è stato accusato da più parti di aver “spiato” e registrato le conversazioni telefoniche di milioni di italiani - fra cui  politici e uomini dei servizi segreti - e di aver commesso una variegata serie di reati (abuso d'ufficio, violazione della privacy, accesso abusivo a sistema informatico, violazione dell'immunità parlamentare e del segreto di Stato).
Queste accuse hanno comportato la fine della sua collaborazione con l'Autorità Giudiziaria e la sospensione del servizio dalla Polizia di Stato, con ritiro di tesserino, manette e pistola. Il clamore suscitato da queste accuse è stato notevolmente alimentato dai media tradizionali, e per alcuni giorni Genchi è stato il protagonista del dibattito pubblico. Meno clamore aveva suscitato però la sentenza del Tribunale del Riesame di Roma dell'11 aprile scorso, che annullava i due decreti di sequestro dei computer del funzionario operati dai Carabinieri del ROS su disposizione della Procura della Repubblica di Roma: nelle motivazioni di tali annullamenti il Tribunale del Riesame demoliva tutte le accuse mosse all'indagato.
Col racconto di giugno eravamo giunti a questo punto. Vediamo come è proseguita la vicenda. Il 21 aprile Genchi si appellò al Capo dello Stato per invocare la restituzione dei reperti e dei dati d'archivio sequestrati dai Carabinieri del ROS, in modo da ottemperare alla disposizione sopra menzionata del Tribunale del Riesame di Roma; dichiarò in quei giorni l'ex-consulente di De Magistris all’agenzia di stampa ADNKRONOS : «La Procura di Roma, nonostante la lapalissiana evidenza dei provvedimenti di annullamento delle perquisizioni e dei sequestri illegittimamente eseguiti e disposti dal Tribunale del Riesame, sta deliberatamente rifiutando la restituzione dei reperti e dei dati sequestrati presso il mio studio contenenti risultanze di indagini riservatissime di numerosi uffici giudiziari anche nei confronti di magistrati della stessa Procura di Roma. […] Siamo in presenza di un atto eversivo di inaudita gravità. Chiediamo l'immediato intervento del capo dello Stato e, per gli atti urgenti concernenti l'esecuzione del provvedimento del riesame, del procuratore generale di Roma e del procuratore della Repubblica di Perugia». Egli fa inoltre notare come i sequestri abbiano riguardato «indagini riservatissime di varie autorità giudiziarie e contengono precise acquisizioni e intercettazioni telefoniche riguardanti gli stessi magistrati che hanno proceduto al sequestro e un altro magistrato già in servizio alla Procura di Roma e di recente nominato a incarichi ministeriali».
Il 25 giugno la Quinta Sezione Penale della Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dalla Procura di Roma contro il dissequestro deciso dal Tribunale del Riesame, ponendo definitivamente fine a questa vicenda ed imponendo la restituzione dell'archivio al legittimo proprietario. Secondo la Suprema Corte, Gioacchino Genchi, durante il suo lavoro di consulente informatico, non ha mai svolto attività abusive o commesso alcuno dei reati a lui contestati, motivando, ad esempio, la non violazione della privacy con il fatto che essa «non sussiste in caso di mancata dimostrazione che la violazione della normativa sulla tutela dei dati personali abbia prodotto un 'vulnus' significativo alla persona offesa». Sostenere infatti che questa condizione di punibilità sia «implicita e intrinsecamente connessa equivale ad asserire un capovolgimento dei principi in tema dell'onere della prova, assolutamente non giustificata dalla fase iniziale delle indagini».
Così come l'inizio di questa vicenda è stato sotto l'attenzione dei mass-media, e quindi degli italiani, la fine, con le sentenze di completa innocenza per Genchi, è stato avvolto dal silenzio e dal disinteresse, con la conseguenza che solo gli italiani che si informano in internet hanno potuto apprenderne l'esito. Le dichiarazioni del Presidente del Consiglio del 24 gennaio 2009 (
«[…] il più grande scandalo della storia […] un signore ha messo sotto controllo 350.000 persone […]») e di molti altri politici (Rutelli, Mastella, Gasparri e via dicendo) si sono rivelate false ed infondate.
Vale a dire hanno mentito agli italiani. O per lo meno sono stati alquanto imprudenti ed intempestivi nel giudizio, proprio loro che inneggiano continuamente al “garantismo” (almeno nei casi in cui le indagini riguardano i colleghi). Sarebbe bello che qualcuno chiedesse conto a questi personaggi delle dichiarazioni rilasciate e poi smentite dai fatti, cominciando magari da qualche cronista del TG1.

Fonti: www.gioacchinogenchi.blogspot.com

www.antimafiaduemila.it

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