Sono tempi duri, lo sappiamo. Tempi duri per i cittadini, che subiscono le inadempienze dei propri governanti e controllori. Tempi duri per i lavoratori, che da un giorno all'altro perdono il lavoro e la speranza di trovarne un altro. Tempi duri per gli amministratori, che fra un "passerà" e "questo sarà l'anno più difficile. No, forse anche il prossimo", non sanno che pesci pigliare. Tempi duri per chi vorrebbe fare un po' di sana informazione, e per chi tenta di non dimenticare il sangue degli eroi sul quale si fonda questa dannata Seconda Repubblica.
A Brescia sono tempi duri anche per coloro che lavorano per la Caffaro.
Il 15 gennaio 2009 Snia SpA - che detiene il controllo del 100% di Caffaro Srl - ha comunicato la messa in liquidazione dell'azienda, con un valore negativo del patrimonio netto di oltre 20 milioni di euro.
Uno dei danni ambientali più gravi al mondo entra in una fase cruciale.
Era solo questione di tempo.
Ieri.
Siamo nell'agosto 2001. In pochi sanno che a Brescia sta per esplodere uno scandalo di proporzioni immani. Dopo anni di ricerche, Marino Ruzzenenti, storico dell'ambiente, con la collaborazione di valenti ambientalisti locali fra cui Celestino Panizza, medico del lavoro, pubblica il libro "Un secolo di cloro e... PCB. Storia delle industrie Caffaro di Brescia". La bomba esplode immediatamente a livello nazionale. Sulle pagine di Repubblica l'Italia scopre di portare in grembo una nuova Seveso: nella seconda città lombarda un'azienda chimica ha prodotto un inquinamento secolare, impregnando il terreno di PCB, diossine, mercurio ed altri prodotti chimici. I medici del lavoro Panizza e Ricci, a seguito dell'esposto presentato in Procura, entrano in possesso dei rilevamenti effettuati dalla stessa azienda e si trovano davanti la conferma dei timori più cupi. L'inquinamento è talmente profondo da aver raggiunto la falda acquifera sottostante. Nel terreno, a profondità anche di 70 metri, si riscontrano superi dei limiti di concentrazione di PCB nell'ordine delle migliaia di volte. L'evacuazione della città è scampata grazie all'inattività della falda - il ciclo idrico cittadino ha origine dalle sorgenti di Mompiano, a nord -, che non è più impiegata dal 1984, da quando si erano scoperte le prime rilevanti contaminazioni.
L'exploit del quotidiano nazionale romano costringe tutte le agenzie di stampa e le redazioni ad occuparsene. La domanda è la più banale: com’è possibile che nessuno sapesse niente?
Siamo in estate, ma i bresciani sudano freddo.
Qualcosa è scambiato.
A distanza di otto anni da quell'estate caldissima, ben poco è stato fatto. Almeno per quanto riguarda Brescia.
Lo stabilimento chimico di Torviscosa (Udine), di proprietà della stessa Caffaro, è infatti da pochi mesi sotto sequestro. Ad oggi ha generato otto indagati, fra dirigenti e tecnici, per delitti colposi contro la salute pubblica, emissioni in atmosfera in assenza di autorizzazioni, nonché disastro innominato con inquinamento massivo del suolo, del sottosuolo, delle acque.
A Brescia, che versa in una situazione ben più disastrosa, il procedimento giudiziario ha rischiato incredibilmente di essere archiviato, ma i cittadini e i comitati ambientalisti si sono mossi in tempo per opporsi all'assurda richiesta. Già, i cittadini. Perché della presenza del Comune di Brescia non vi è traccia, salvo nelle ordinanze che impongono la non praticabilità dei suoli.
Torviscosa e Brescia rappresentano le due motivazioni principali che, nel gennaio 2004, hanno indotto i padri di Hopa (fra cui Chicco Gnutti, meglio noto come "furbetto del quartierino"), azionista controllore di Snia, a scorporare la stessa Snia da Sorin, azienda del mercato medicale che fra le due era l'unica in grado di portare i bilanci in attivo e suggerire confortanti speranze d'investimento. Per la cronaca, l'anno prima - il 2003 - Hopa era entrata nel consiglio di amministrazione di ASM (oggi A2A), ex municipalizzata della quale il Comune di Brescia deteneva il 70% delle azioni. Pare quasi ironico notare, a tal punto, come il maggior ente pubblico colpito dalla vicenda Caffaro (il Comune di Brescia) e il proprietario privato di Caffaro (Hopa) sedessero allo stesso tavolo, in ASM. Casi della vita, direbbe qualcuno.
Ad ogni modo, il risultato di questa perversa commistione fra potere politico ed economico, è stata negli anni devastante. Un percorso che già dalle prime fasi rendeva palese l'eventualità di evitare a chi aveva rotto i cocci di pagare di tasca propria. D'altronde, la messa in sicurezza e la bonifica di un Sito d'Interesse Nazionale qual è Caffaro è un'impresa assai ardua da quantificare in termini economici. Una disfatta perenne per qualsiasi ente di natura privata. E con una Caffaro in liquidazione, quale imprenditore si sognerebbe mai di rilevarne le pendenze, i debiti e gli inimmaginabili costi di bonifica e di mantenimento della messa in sicurezza del sito? Nessuno, certo. Ed è quindi molto probabile che la vicenda si evolva come già accaduto nel caso del complesso chimico Sisas S.p.A. di Pioltello Rodano - Milano: oneri di messa in sicurezza e costi di bonifica a gravare sull'Ente Pubblico, ovvero i cittadini (nel 2007 la Regione Lombardia ha stanziato 350mila euro per evitare la contaminazione della falda).
Il Caso Caffaro
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Per quasi un secolo l'azienda chimica Caffaro di via Milano, a Brescia, ha contribuito a devastare il territorio di questa città. Il terreno è ormai impregnato di PCB ("policlorodifenili") allo stesso tempo di una spugna e su di esso cartelli a non finire. Sono passati 8 anni da quando il "CASO CAFFARO" conquistò la ribalta nazionale. Oggi, niente più. |
La messa in liquidazione della Caffaro
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